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Perché dire no al deposito delle scorie nucleari non c’entra niente con Nimby

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La protesta contro il sito unico di stoccaggio a Scanzano nel 2003

SCANZANO JONICO (MATERA) 23.11.2003. Una anziana donna presente alla manifestazione dei centomila, contro il progetto di realizzazione di un deposito unico nazionale di scorie nucleari (FOTO TONY VECE).

Ho ricevuto diverse critiche ai post su Facebook sulla questione del deposito nazionale delle scorie nucleari ritenuta “non informata” e “a prescindere”.

Ho risposto individualmente a chi mi ha mosso le critiche. Ricapitolo, in modo ordinato la questione.

La Basilicata ha trovato, faticosamente, una sua strada di sviluppo che fa perno sulle sue risorse naturali e storiche.

La Basilicata ha trovato questa strada accettando molti compromessi – spesso al ribasso – subendo molte volte scelte esterne (Fiat e petrolio), avendo una dotazione infrastrutturale miserrima e una presenza dello Stato al livello di sussistenza.

La Basilicata ha pagato un prezzo enorme alla sua dura localizzazione geografica (“l’osso” descritto da Manlio Rossi Doria), alla sua storia (nei fatti è stata una terra variamente colonizzata da coloni che l’hanno spolpata): questo ne ha condizionato l’idea stessa di essere una Regione “politica”.

Nel dopoguerra, con la Repubblica e la Costituzione che la individuava come Regione amministrativa (sia pure incompiuta fino al 1970) si è cominciata la definizione di una vera identità. C’è stata la forte ed egemone presenza della Democrazia Cristiana, la chiesa, il movimento contadino, Rocco Scotellaro. Tutti fatti che hanno portato alla Basilicata di oggi.

Dopo la guerra eravamo una terra di miserabili, una terra occupata da latifondisti a cui graziosamente qualche sovrano aveva fatto omaggio della terra. Ci fu la riforma agraria – che molti considerano timida – ma ci fu e in qualche modo spiegò che la terra era dei contadini che la curavano. Questo non fu sufficiente a sfamare le bocche e cominciò l’emorragia migratoria verso il nord del paese.

Per dare la dimensione del fenomeno basta questo esempio: Castelgrande tra il 1950 e il 198o (prima del terremoto) ha perso la metà della popolazione! Un altro 20% lo ha perso nei successivi 40 anni dopo il terremoto! Cioè la fame ha fatto di più della tragedia!

Negli anni ’60 per dare lavoro fu intrapresa la politica dei poli di sviluppo: nacque così il polo chimico della Val Basento, l’Anic, a Pisticci, poi il fantasmagorico progetto “Mille” della Liquichimica di Ursini che prevedeva stabilimenti a Tito, Grassano (mai realizzato), Ferrandina e un grande porto industriale nello Jonio (mai realizzato), il polo tessile di Maratea.

L’esperienza della chimica finì tra la fine degli anni ’70 e metà anni ’80.

Dopo il terremoto ci fu l’esperienza dell’industrializzazione nelle aree del Cratere.

Poi è arrivata – motu propriu – la Fiat che si è piazzata su un carrefour con Puglia e Campania (bisogna tenerlo sempre presente!).

Avevamo lasciato l’agricoltura povera della riforma agraria e l’abbiamo trovata negli anni ’90 rinnovata: da un lato produzioni “industriali” che viaggiano per i grandi mercati italiani e, dall’altro produzioni di nicchia (l’Oasi ecologica della Plasmon ha avuto belle presenze nel metapontino), il biologico ha trovato terreno fertile – si può facilmente dire – perché le coltivazioni erano sempre state fatte con prudente uso di prodotti chimici, è stato facile recuperare antiche cultivar come il grano “Senatore Cappelli” digeribile anche per le persone con problemi di glutine. E tante altre cose.
Solo come facile esempio – nel senso che ho i dati disponibili già elaborati – segnalo che dal 1991 al 2019 l’export dei prodotti food (agricoli e alimentari) è passato dai 19 milioni del 1991 ai 101 milioni del 2019 (79 milioni nei primi nove mesi del 2020)!

Il risanamento dei Sassi di Matera, l’elevazione a Capitale Europea della Cultura, e prima l’interesse suscitato da “Basilicata Coast to Coast” hanno portato l’interesse turistico a un livello mai raggiunto. In dieci anni è in pratica il numero di turisti raddoppiato!

Oggi la Basilicata ha piena consapevolezza che il suo territorio selvaggio e incontaminato è la ricchezza più potente, che le tracce disseminate dalla storia sono valore, che i prodotti della sua terra non sono più mezzo di sussistenza ma forza commerciale.

La Basilicata ha quindi capito che la sua strada è una forte proiezione della propria identità fuori dai propri confini.

Questo si costruisce e si mantiene su emozioni e immagini.

E’ compatibile il deposito delle scorie con questo modello?

Se mettiamo la testolina oltre Sicignano e vediamo come funziona il mondo, capiremo che – per esempio – i prodotti alimentari non si vendono solo più in quanto tali ma perché portano insieme i valori del territorio da dove provengono.

Il nostro è un modello di sviluppo basato sui valori del “verde” che comunichiamo. Lo stiamo facendo senza manco essercene accorti, con un processo che ha visto sì protagonismi privati e pubblici importanti, ma anche tanti che hanno buttato soldi e fatto perdere tempo.

Vogliamo rivendicare il diritto come popolo a un modello di sviluppo che abbia come valori la nostra storia, il nostro territorio e le nostre tradizioni?

Ecco io non voglio che un progetto come quello del deposito delle scorie nucleari – che non è una discarica di rifiuti, o un inceneritore o qualunque altra infrastruttura ritenuta impattante – cambi il Dna della mia terra. E siccome la mia terra è piccola, il pericolo che quel progetto si sovrapponga a qualsiasi altra rappresentazione sfiora la certezza.

Perché possiamo dire quello che vogliamo ma di deposito ce ne sarà uno solo in tutto il paese e se finisce in un luogo con queste caratteristiche finirà per sovrapporsi completamente.

Quest’è!